Un uomo appassionatamente curioso

Ernesto Galeffi, erede di una tradizione di scienziati e farmacisti, ha seguito la sua vocazione più profonda, quella artistica. Le sue opere grafiche e plastiche sono un inno alla ricerca spirituale.

Farmacista, scultore, pittore, pensatore, scrittore, archeologo, imprenditore, uomo di scienze, sportivo, assistente universitario. Ma soprattutto, un uomo libero. Ernesto Galeffi  nasce il 7 marzo 1927 a Montevarchi, dove la sua famiglia da generazioni possiede una spezieria, poi farmacia storica, che suo nonno aveva lanciato nel mondo dell’imprenditoria creando in laboratorio l’Effervescente Galeffi, un digestivo al limone che ebbe enorme successo. La fabbrica di effervescente, costruita all’inizio del Novecento, rimase per lungo tempo un riferimento fondamentale per gli abitanti della zona, e la famiglia una delle più importanti e in vista, la cui casa era sempre aperta alle frequentazioni di intellettuali e artisti. Ernesto cresce e  si forma questo ambiente in bilico tra scienza e umanesimo, tra belle arti e formule chimiche, giocoso e amato dalla solida famiglia che lo circonda, sollecitato nello spirito in modo completo e ricco. Forse il suo carisma deriva anche da questo, una visione ampia del mondo sostenuta da doti intellettuali e fisiche non comuni, una curiosità accesa verso ogni forma espressiva, che si tratti di natura o di lavoro dell’uomo.

Dopo un’infanzia scapigliata tra giochi e marachelle – lui stesso si definiva “Ernestino Galeffi detto Distruzione” – Ernesto diventa farmacista e comincia a dedicarsi all’attività di famiglia. Ma la sua intelligenza speculativa e brillante lo porta sempre altrove: a seguire le ricerche paleontologiche e archeologiche nella valle in cui vive, quel valdarno in cui vengono ritrovati reperti così importanti da essere in seguito oggetto di contesa tra Firenze e Montevarchi; a leggere come un forsennato

"Ah! Il viziaccio di leggere!"

scriverà più tardi; ma soprattutto a dedicarsi, attorno al 1940, a una intensa attività grafica, caratterizzata da una straordinaria abilità, velocità di esecuzione e scioltezza del tratto che rimarranno il suo marchio distintivo. Proprio per questa facilità nel tratteggiare elementi di realtà con un’unica mano di china, adotta lo pseudonimo di Chiò, in omaggio al grande artista giapponese Hokusai che come lui aveva l’abitudine di realizzare grafiche veloci e intensamente poetiche con pochi tratti di pennino. Uno stile affascinante, che lo porta a produrre numerosi haiku grafici, inizialmente per soddisfazione personale, poi sempre più apprezzati e pubblici, fino alla scelta di dare maggiore voce alla sua anima artistica, a discapito di quella più formale di scienziato e imprenditore secondo la tradizione di famiglia. Con gli anni Cinquanta comincia un fortunato impegno espositivo che lo vede affiancare nomi di prestigio come Cagli, Casorati, Mirko, Vedova, Soldati.

 

Si trasferisce in Maremma, a Santa Pomata, in una casa sul mare isolata rifugio costante di artisti e intellettuali, che nutrono come lui una autentica passione per le domande e per i tentativi di risposta espressi in modo creativo. Un laboratorio di idee e bellezza che lo porta a elaborare una scelta radicale: quella di esprimersi principalmente attraverso la scultura e concentrare lì la sua attenzione di artista – sebbene non smise mai di disegnare.

Solo le difficoltà fisiche sopraggiunte con l’età lo porteranno a ridurre la sua produzione plastica per tornare all’amata grafica, pur senza mai limitarne la grandiosa potenza espressiva.

Le sue opere sono la testimonianza di una mente acuta, di una sensibilità spiccata e di uno spirito in costante ricerca, fecondo di domande per qualcosa di più grande, di bello, di infinito.

“Ora oggi sono una collezione di dubbi: sono arrivato agli sgoccioli, all’inverno, alla fine: almeno a quella fine «al di qua dello specchio» come io uso dire. E non so cosa c’è «dietro lo specchio»”.